Se poniamo una vera attenzione ci accorgiamo che, un ristorante apre in centro, un negozio cambia insegna, un professionista decide di mettersi in proprio, qualcuno investe tutti i propri risparmi in un progetto che definisce “l’occasione della vita”. Siamo attenti nell’ osservare il momento in cui tutto inizia, raramente quello in cui tutto finisce. Eppure, dietro ogni serranda abbassata, ogni azienda che chiude o ogni progetto abbandonato, esiste quasi sempre una domanda che nessuno si è posto all’inizio: perché sto facendo tutto questo?
Molti imprenditori sono convinti che il successo dipenda esclusivamente dall’idea. Se l’idea è originale, il progetto funzionerà. Se il locale è bello, i clienti arriveranno. Se il prodotto è innovativo, il mercato risponderà positivamente. È una convinzione rassicurante, studi accurati ci dicono che raramente questo corrisponde alla realtà. Le idee sono importanti, ma rappresentano soltanto una piccola parte del percorso. Ciò che fa davvero la differenza è capire se quell’idea nasce da una scelta consapevole oppure dall’entusiasmo del momento.
I social network mostrano imprenditori soddisfatti, locali sempre pieni, aziende in rapida crescita e fatturati che sembrano alla portata di tutti. È naturale lasciarsi influenzare. Se qualcuno ce l’ha fatta aprendo un ristorante, perché non dovrei riuscirci anch’io? Se un amico ha trasformato una passione in un lavoro, perché non dovrei fare lo stesso? È così che nasce uno dei meccanismi più pericolosi per chi decide di intraprendere un nuovo percorso: l’emulazione.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al proliferare di attività praticamente identiche. Ristoranti, bed & breakfast, locali a tema, negozi specializzati, e-commerce. Molti di questi progetti erano esteticamente impeccabili. Ambienti curati, comunicazione moderna, investimenti importanti. Erano, come si dice spesso, delle vere “figate”. Eppure, dopo due o tre anni, molti di quei sogni si sono trasformati in problemi economici difficili da gestire. Non perché mancasse la qualità, ma perché nessuno aveva studiato davvero il contesto in cui stava entrando. Si era investito nell’apparenza del progetto senza chiedersi se quel progetto fosse realmente sostenibile con il vero Io dell’imprenditore.
Esiste però un aspetto ancora più sottovalutato, ed è quello che riguarda noi stessi. Quando immaginiamo un nuovo progetto pensiamo sempre al mercato, ai clienti, ai costi, alla concorrenza. Molto più raramente analizziamo la persona che dovrà portare avanti quel progetto negli anni. Eppure anche noi cambiamo. Cambiano le priorità, cambiano le energie, cambia il modo di guardare la vita.
Un nostro caso studio: è una situazione che abbiamo vissuto personalmente. Per molto tempo abbiamo continuato a lavorare senza renderci conto che qualcosa era cambiato. Solo dopo ci siamo accorti di due aspetti fondamentali. Il primo era che non avevamo più il desiderio di lavorare fino a notte fonda come facevamo un tempo. Il secondo, ancora più importante, era che eravamo entrati in una fase diversa della nostra vita senza averne preso coscienza. Continuavamo a pretendere da noi stessi le stesse energie, la stessa motivazione e la stessa disponibilità di anni prima. Il progetto era rimasto identico, ma la persona che lo stava guidando non era più la stessa.
È proprio in questi momenti che molte persone iniziano a raccontarsi una storia rassicurante. Si convincono che sia soltanto un periodo difficile. Che basti resistere ancora qualche mese. Che prima o poi tutto tornerà come prima. La frase è quasi sempre la stessa: “Mi riprenderò.”
Naturalmente può accadere. Ci sono aziende che attraversano momenti complicati e riescono a rilanciarsi. Sarebbe sbagliato sostenere il contrario. Il problema nasce quando quella frase smette di essere una previsione realistica e diventa semplicemente un modo per rimandare una decisione che non si ha il coraggio di affrontare.
Nel nostro caso, la riflessione che ha cambiato completamente prospettiva è stata sorprendentemente semplice. Se un’attività genera perdite ogni mese, dal momento in cui decidi di chiuderla smetti di produrre nuove perdite. Può sembrare un ragionamento esclusivamente matematico, ma in realtà rappresenta una delle consapevolezze più difficili da accettare per un imprenditore. Siamo abituati a considerare la chiusura come una sconfitta, quando in molti casi è semplicemente la decisione più razionale. Non significa rinunciare ai propri sogni. Significa smettere di alimentare una situazione che, ogni giorno, consuma risorse economiche, tempo ed energie.
Il vero errore, quindi, non è chiudere un progetto. Il vero errore è non accorgersi che quel progetto apparteneva a una fase della nostra vita che ormai si è conclusa. Continuare soltanto perché abbiamo paura di cambiare direzione rischia di diventare molto più costoso che fermarsi e ricominciare.
Per questo motivo, prima ancora di chiedersi come realizzare un’idea, sarebbe opportuno porsi una domanda molto più semplice e molto più scomoda: perché voglio farlo? Se la risposta nasce da una convinzione profonda, da una visione chiara e da un’identità ben definita, allora vale la pena affrontare le difficoltà che inevitabilmente arriveranno. Se invece nasce soltanto dall’entusiasmo del momento o dal desiderio di imitare il successo di qualcun altro, forse è il caso di fermarsi qualche giorno in più.
In MYMANTRA siamo convinti che ogni progetto debba nascere da una direzione precisa. Le strategie, gli strumenti e i piani operativi arrivano dopo. Prima viene la consapevolezza. Perché un’idea può entusiasmare per qualche mese. Un’identità, invece, è ciò che permette a un progetto di resistere negli anni.